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  • Fabio Salvati

LO STRANO CASO DEL DOTTOR JEKYLL E MISTER HYDE di Robert Louis Stevenson – Regia di Matteo Tarasco


Correva l’anno 1969 e la Rai tv produsse una miniserie televisiva in 4 puntate con attori di primissimo piano come Giorgio Albertazzi, Claudio Gora, Massimo Girotti, Orso Maria Guerrini, Bianca Toccafondi, per tentare una riduzione aggiornata del capolavoro di R.L. Stevenson Lo strano caso del dr. Jekyll e Mister Hyde.

Fu un esperimento riuscitissimo in termini di consenso perché gli italiani rimasero incollati allo schermo e meravigliati nell’assistere al talento attoriale di Giorgio Albertazzi nel ruolo di protagonista, che si trasformava, sempre più in maniera incontrollata, nello scimmiesco Mister Hyde dagli occhi iridati di bianco e la voluttà omicida.

Circa trent’anni pima anche il cinema si era occupato di questo straordinario racconto dello scozzese R.L. Stevenson, con Spencer Tracy nel ruolo di protagonista, e anche lì a primeggiare e a cristallizzarsi nella memoria delle platee era stata l’insuperabile prova dell’interprete, a far da velo inevitabilmente alla profondità del sotto-testo.

La riduzione teatrale in scena questi giorni (e fino al 12 febbraio) al Teatro Ciak, per l’adattamento e la regia di Matteo Tarasco, ha il merito di non accecare lo spettatore con la bravura degli interpreti (tutti assolutamente all’altezza della situazione, a cominciare dal protagonista Ruben Rigillo) e con la compostezza filologica dell’insieme, lasciando lo spazio che si deve alla riflessione su un testo che, al di là dell’ordito, ben noto a tutti e sul quale appare superfluo intrattenersi, si impone ancora nella sua sofisticata modernità.

Tutto lo spettacolo si consuma all’interno di un guscio gotico, fatto di fosco di luci e di scenografie coerenti (di Francesco Grisu), a seguire la stessa suggestione, con uno scorrevole in ribalta ad alternare gli interni, e le strade londinesi, (con le musiche di Stefano Mainetti a sottolineare le scene).

Ma tutto appare al servizio- più ancora che della trama- della intuizione filosofica del racconto: la convivenza del bene e del male nell’animo umano. Il rispettabile medico di fine Ottocento, dottor Henry Jekyll, si è intestardito a dare corpo alla sua teoria sulla dialettica interna in ogni uomo tra quelle due dimensioni. Grazie all’auto-somministrazione di una pozione, riesce a trasformarsi in un individuo spregevole, anche alla vista, ma soprattutto nel comportamento, autentica incarnazione della dimensione maligna. Il bizzarro personaggio vive e si sovrappone a Jekyll, recando turbamento nella comunità tranquilla e borghese, non solo per via dei misteriosi delitti che si vanno consumando in città (quelli, i delitti, accadono in strada e per scongiurarli basta invocare la sfortuna), ma soprattutto a causa dell’improvvisa intrusione di un personaggio troppo eccentrico per le loro esistenze fatte di circoli, conformismi, devozioni della servitù.

Nell’intenso monologo che precede il finale, il dottor Jekyll si lascia andare a una confessione, raccolta dalla devota e tormentata cameriera Mary (Linda Manganelli), dal contenuto che potremmo definire pirandelliano ante litteram: creare un alter ego in cui convogliare in via esclusiva tutta la provvista malefica di cui dispone la sua sostanza diadica, emancipandolo dalle maschere delle convenzioni e lasciarlo libero di lasciarsi guidare esclusivamente dall’istinto.

Il racconto è stato scritto qualche decennio prima della elaborazione delle teorie freudiane, ma già avvertiamo al suo interno, che l’orizzonte positivista e manicheo che si era affermato verso la fine del XIX secolo, sta mostrando i suoi limiti. Come se si trattasse di una sorta di rigurgito romantico e come se si avvertisse l’urgenza di una nuova fede (l’altra, quella convenzionalmente acquisita dal genere umano, ci dice il protagonista, è stata inventata solo per contenere al meglio la parte cattiva del nostro animo) capace di opporsi alla stoltezza di certi approdi della scienza.

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