• Fabio Salvati

LA LUNA DI PATMOS di Gianni Clementi


Primi passi della stagione al Teatro Vittoria di Roma e un altro appuntamento importante da segnalare: La Luna di Patmos – Piazza Fontana, 12 dicembre 1969 di Gianni Clementi.

All'indomani della strage di piazza Fontana, Pier Paolo Pasolini compose un’orazione civile intitolata a Patmos, un’isola della Grecia dove -secondo la tradizione- Giovanni Evangelista compose la sua Apocalisse, l'ultimo libro della Bibbia.

E proprio a Patmos all'interno di una grotta con la sola compagnia di un asinello e di una folla di ricordi, il personaggio di questo importante lavoro di Clementi si rifugia, premiato nel suo processo di rielaborazione dalla cristallizzazione della gioventù –novello Dorian Gray- nonostante il lungo carico anagrafico.

E’ un’ode alla memoria questo fiume di parole che l'interprete (Stefano Messina che firma anche la regia insieme a Chiara Bonome) rovescia sul pubblico, secondo la dinamica irregolare del flusso dei ricordi, impegnato nella prima parte a inseguire il sogno ricorrente di emancipazione dalla propria mediocrità di vita attraverso la facile via d'uscita dell'acquisto di una vettura sportiva, per aspirare a un'altra esistenza, fatta di fugaci relazioni sentimentali.

Proprio la ricerca di una “botta di vita”, spingerà il protagonista - segnato da un’irredimibile vocazione qualunquistica- a Milano, in perfetta coincidenza con il 12 dicembre 1969 rincorrendo il proposito di un incontro con una collega, impiegata, come lui, in quella banca dell'Agricoltura che diverrà il teatro della strage di Piazza Fontana.

La fortuna (o meglio, lui dice l’ammonimento pedagogico divino) gli farà mancare per un soffio quello appuntamento con la collega, che per lui sarebbe diventato appuntamento con la morte.

Da quel momento per il protagonista Giovanni sarà tutta una fuga, a cominciare dalla propria insipida identità.

Messi a posto così i conti con la trama, la pièce procede nella seconda parte nel percorso metaforico di una rivincita sulla distrazione e la dimenticanza.

E’ questo il cuore pulsante del testo, laddove il protagonista scopre nei versi di Pasolini la leva per una transizione personale che lo farà interrogare su tutto. A cominciare dai nomi dei 17 morti: senza il timore di un’eccentrica compromissione dei registri lirici, il Poeta friulano aveva scelto –per tacitare lo sgomento in lui suscitato da quella strage- di declinare uno per uno non solo i nominativi delle vittime, ma anche una piccola biografia per ciascuno di loro. Con la medesima temerarietà lo spettacolo decide di misurarsi nella stessa impresa, rinnovando sul palcoscenico la stessa insolenza, questa volta alle leggi dello spettacolo (in realtà una vera e propria scelta autorale, al servizio della chiave metaforica, ormai avviata) ricordando nomi e storie delle vittime.

Lo spettacolo non si appaga di questo: il flusso di coscienza corre via sulla strada della memoria più veloce di quella spider tanto agognata nella prima parte del lavoro. Il racconto si fa febbrile (incalzato dal misurato e impeccabile contrappunto sonoro del trio da camera della Famiglia Cangialosi –Livia, Flavio e il M° Pino- alle spalle) e incrocia una per una tutte le vicende a seguire, che hanno ugualmente insanguinato la nostra storia recente. Ma –a scanso di equivoche letture- al riparo della freddezza della mera evocazione più o meno compita, perché il nastro della memoria si è fatto carne viva e spinge ora il narratore al pedinamento della Storia e dei suoi protagonisti, inseguendo i colpevoli (graziati dal principio del ne bis in idem) fino ai loro comodi ripari, i sospettati della prima ora fino all’interno delle proprie miti propensioni, che all’evidenza reclamavano fin da subito innocenza.

Trova anche spazio la polemica sugli anni della deriva berlusconiana, attraverso il richiamo al padre, sorpreso a divertirsi con i “Drive in” televisivi della prima ora, dimentico degli imperativi di serietà e rigore somministrati da Pietro Nenni, che mai avrebbe riso con quella roba. La voce narrante si placa soltanto allo specchio della comparazione con il suo collega di un tempo, ancora sorpreso a dilettarsi con i miti performanti di una gioventù ormai andata, mentre a lui il rigore, la curiosità, la memoria ricercata in maniera così radicale gli hanno scolpito una giovinezza capace di sconfiggere il tempo.

E’ qui che il gioco metaforico è consegnato allo spettatore, invitato a coltivare la curiosità come antidoto contro ogni deriva temporale.

Lo spettacolo si destreggia, con efficacia certamente migliorabile, tra i registri del teatro di narrazione e quelli del vero e proprio teatro di finzione (un dilemma plasticamente evidente con la scelta al minimo degli oggetti di scena e della scarna scenografia). Ma tutta l’efficacia risiede in una narrazione “a schiaffo”, che corre via veloce, a merito del suo interprete Stefano Messina, sempre all’altezza della profondità del testo.

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