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  • Immagine del redattoreFabio Salvati

LA BANALITA’ DEL MALE - Riduzione e adattamento di Paola Bigatto e Anna Gualdo

Aggiornamento: 5 mar 2023


Quando nel 1963 uscì il libro di Hannah Arendt -una sorta di diario scritto a margine del processo intentato a Gerusalemme contro il criminale nazista Adolf Eichmann- qualcuno, tra le tante polemiche, si chiese se non fosse insolente l’accostamento di due termini così apparentemente contrastanti: il male può mai essere banale? L’insegnamento biblico rimandava il concetto di male alle tante efferatezze succedutesi dopo la Creazione, laddove il male si dava appannaggio dei malvagi. O dei mostri.

E il Procuratore Generale di quel processo che nel 1961 condannò alla pena capitale lo “specialista” che aveva organizzato la deportazione e l’eccidio di milioni di ebrei, a questo risalente concetto di male si riferiva: colui che l’aveva compiuto, il criminale magro e insignificante con una miopia accentuata chiuso nel gabbiotto di cristallo, non poteva essere altro che un mostro, così tenendosi alla larga, di fatto, da un processo alla Storia.

Ma lei Hannah Arendt, filosofa tedesca e per giunta ebrea, non ci sta: non ci poteva stare che tutto quello che era accaduto fosse riferito alla malvagità di uno solo. Non si poteva certo processare la Germania intera (e forse mezza Europa) ma, idealmente, su quel banco degli imputati, doveva salire quella parte di umanità che, rinunciando allo strumento del libero pensiero, avesse lasciato correre, si fosse riparato -così come, riferendosi a Eichmann, puntualmente annotava nel suo diario - dietro il linguaggio delle frasi fatte, dei clichés, per non chiamare le cose con il loro nome e per dispensarsi dall’agire contro.

Anna Gualdo, prestigiosa e autorevole interprete ronconiana, cofirmataria assieme a Paola Bigatto dell’adattamento teatrale dell’opera della Arendt (lo spettacolo è stato rappresentato in questi giorni al Teatro Belli di Roma) è in scena da sola, in un’intensa, lucida ed emozionante “lezione” frontale, nel corso della quale, con il supporto di qualche ingrandimento fotografico e di una lavagna per marcare i passaggi temporali del suo interessante racconto, ricostruisce la trascurabile vicenda umana di Eichmann, dai suoi primi fallimentari passi nella vita attiva del suo tempo fino all’incontro con il Nazismo, a disposizione del quale mise la sua unica attitudine: quella di organizzare trasferimenti e stoccaggi.

A uno come lui non creerà nessun turbamento se il volgere degli eventi lo avrebbe presto incaricato di occuparsi di avviare veri e propri esodi di esseri umani, di milioni di ebrei. Il suo mantra difensivo al cospetto del Collegio giudicante ebraico sarà sempre questo: “obbedivo soltanto agli ordini, mi occupavo di trasferimenti”.

E il senso della polemica della filosofa, (e per decenni bandita a torto dai suoi stessi correligionari per via di questa opera), prende le mosse proprio da qui: come è possibile immaginare che quella tragedia si fosse compiuta solo per mano di uno -o anche di cento- mostri?

La responsabilità maggiore andrebbe piuttosto cercata in chi ha preferito -in nome della Nazione, o della razza o anche solo della sicurezza del proprio quotidiano- voltarsi dall’altra parte, continuando a fare innocenti picnic davanti ai campi di concentramento come se nulla fosse.

Sul banco degli imputati, andrebbe condotta quella umanità sconsiderata e accidiosa che aveva lasciato campo libero al Mostro, piuttosto che gridare il proprio dissenso e mettersi di traverso rispetto alle ipocrite enunciazioni con cui il logos comune chiamava gli eccidi “soluzioni finali” o “pulizie etniche”. Catastrofe linguistica dalla quale non ci siamo emancipati neppure oggi, se è vero, com’è vero che, per dispensarci dalla fatica di esercitare il pensiero libero, ci accomodiamo pigri al seguito delle parole d’ordine e degli enunciati delle stazioni di potere di turno o dei media.

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