• Fabio Salvati

KNOCK O IL TRIONFO DELLA MEDICINA di Julies Romains - Regia di Stefano Maria Palmitessa




Il merito di questa affiatata Compagnia “Paltò sbiancato (l’adattamento del testo è di Alida Castagna)- è stato quello di aver scelto di presentare una commedia datata, ma che proponeva tematiche perfettamente aderenti alla realtà odierna. Si parla del potere della medicina, o meglio della suggestione che è capace di indurre (per scopi esclusivamente venali) finendo con l’ingabbiarci tutti nell’ossessione di tenerci al riparo da malattie o pandemie.

Il copione, risalente agli anni Venti del Secolo scorso, è stato anche portato in scena da attori del calibro di Alberto Lionello e di Enrico Maria Salerno, e questo la dice lunga sulle sue potenzialità drammaturgiche.

Protagonista è il giovane dr. Knock che viene a rilevare una condotta medica di uno sperduto paesino francese dalle mani del suo precedente titolare, l’anziano dottor Parpalaid. Quest’ultimo pensa in buona sostanza di aver tirato un bidone al suo cessionario, perché quella piccola comunità umana è popolata da gente che fa volentieri a meno del medico, reputandosi in buona salute. Ma il dr. Knock –pure puntualmente avvertito della situazione dal suo dante causa- accetta la sfida, mettendo in esecuzione un suo piano di natura squisitamente retorica: insinuare lentamente alla platea dei suoi possibili pazienti l'idea di essere in realtà ammalati e di aver bisogno del suo aiuto. Riesce così a instaurare per tutti una terapia di lungo corso, facendo affari con la farmacista del paese, trasformando perfino l’albergo locale in una clinica. Il suo metodo –inizialmente veicolato con offerte di visite gratuite come nel più implacabile dei protocolli pubblicitari- porta in breve successo e ricchezza all’abilissimo nuovo venuto, tanto che il vecchio medico del paese cerca di tornare sui suoi passi per riprendersi la condotta “risanata”. Ma anche lui rimane vittima del potere di suggestione del dott. Knock che lo convince ad avviarsi a un periodo di cure e riposo.

La pièce contiene –a prescindere dalla sua considerevole leva metaforica- più di uno spunto grottesco, fortunatamente non sacrificato del tutto da questo allestimento che, nel tentativo di personalizzare la messa in scena, sovraccarica l’azione (ben dieci i personaggi sul palco) di tutta una sequenza di invenzioni, trovate, balletti, canzoni, sottolineature da baraccone che si lasciano anche guardare con favore, ma che finiscono con lo sfibrare la platea.

Questo vuole essere un suggerimento di moderazione per la regia, capace invece di amministrare con perfetto equilibrio un gruppo attoriale convincente e coeso.



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