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  • Immagine del redattoreFabio Salvati

IL PIU’ BELL’ADDIO - Scritto e diretto da Pierpaolo Palladino


In scena questi giorni al Teatro Cometa Off, fino al 12 febbraio, un testo dell’apprezzato drammaturgo Pierpaolo Palladino. Si tratta di un atto unico in cui si misurano, in un serrato dialogo a due, una madre (la interpreta Marina Zanchi) e la figlia cinquantenne (Beatrice Fazi).

La cifra dialettica della pièce lascia campo libero ai temi della rivendicazione, da parte della figlia separata e priva di prole, di un’affettività oscurata dalla presenza di un fratello depositario, invece, di tutte le attenzioni materne, con tutta la contrapposizione di rivalse che è facile intuire, a scandire un rapporto conflittuale, ma allo stesso tempo saldo.

Il tutto avviene all’interno di un piccolo guscio teatrale che vuole simbolicamente rimandare a un interno borghese d’antan: il tavolo della cucina -dove si affastellano melanzane per una parmigiana dalla lavorazione contesa tra le due (è lì che si appunta la maggior quota della conflittualità, ma siamo all’evidenza dalle parti della metafora) - un divano, un mobile credenza, dove in luogo delle stoviglie sono conservati vecchi abiti e scarpe. Anche qui l’insolita scelta scenografica serve perfettamente all’ intento metaforico di esaltarne la tenitura da ricordo.

Ma al di là di questi indicatori, tutto è chiaro fin dal principio. A cominciare da quello che dovrebbe rimanere nascosto agli occhi dello spettatore: non saremo certo noi a rivelare la piega che in breve prende la narrazione. Ma siccome non si tratta di un thriller, forse il drammaturgo ha pensato di poter spargere allusioni e prolessi fin dal titolo, o dalle prime battute, allorché qualche telefonata dall’apparente intrusione ordinaria sparigliava quel campo dialettico, offrendo, nei soprassalti perfino esagerati della figlia, il controluce immaginario di quella contesa.

E’ così che fatalmente l’attenzione dello spettatore si sposterebbe volentieri sul versante emotivo, a rivalutare la sostanza di quel conflitto sul terreno minato del congedo, laddove il tempo è sempre troppo poco e il parterre delle recriminazioni sempre troppo vasto.

Forse però per paura di rischiare il deragliamento in un registro fin troppo a portata di mano, visto che il tema era il rapporto madre/figlia, non si è voluto spingere a fondo su quel pedale: la continua oscillazione tra il realismo della disputa (perfino intorno a tematiche molto terrene, come la ricetta della parmigiana o il mancato lascito pedagogico sul gioco delle carte di cui la figlia si lamenta con la madre) e l’ormeggio tutto immaginario di quel confronto, nuoce sinceramente alla dimensione emozionale che pure la pièce si sforza di suscitare.

Resta l’apprezzamento sincero nei confronti di un testo, ottimamente sostenuto dalle bravi attrici in scena, coraggioso nel proporre una tematica non del tutto à la page in questi tempi in cui è difficile intrattenere qualcuno su argomenti men che materialistici.

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