• Fabio Salvati

SPETTRI di Henrik Ibsen - Regia di Giuseppe Venetucci







In uno dei più seducenti spazi teatrali -Teatro di Documenti- della Capitale (anche se sacrificato dal punto di vista dell’offerta plateale) è in scena questi giorni il capolavoro del grande drammaturgo norvegese “Spettri”, un’opera che conserva ancora, a distanza di un secolo dalla sua scrittura, tutto il potenziale corrosivo del sistema valoriale borghese che all’epoca fece gridare allo scandalo. Regia e adattamento sono nelle mani di un Maestro del teatro italiano, come Giuseppe Venetucci e altrettanto considerevole è il corpo attoriale che dà vita all’allestimento.

Il dramma è ambientato in una cittadina norvegese alla fine del XIX secolo: si sta inaugurando un asilo intitolato al defunto capitano-ciambellano Alving, un benefattore di quella comunità. La vedova Helene (magistralmente interpretata da Nunzia Greco) metterà a disposizione di quel progetto –che le impegna tutto il tempo- il lascito ereditario del marito. A sostenerla sarà il Pastore Manders (perfetto nel ruolo Piergiorgio Fasolo), per il quale nel passato la vedova aveva nutrito una insana passione. La casa dovrebbe essere allietata dal ritorno del figliolo della vedova, Osvald (un ruolo con tante sfumature, perfettamente ricoperto da Mauro Santopietro), di ritorno dal suo lungo soggiorno a Parigi. Il ragazzo fa il pittore e soffre di un’oscura patologia, le cui prime devastanti avvisaglie si sono manifestate durante il suo soggiorno all’estero. Ma in quella casa si aggira anche una servetta, la bella Regine (a interpretarla con la giusta misura è Giovanna Mangiù) che fa mostra di grande devozione nei confronti della padrona di casa, la vedova Helene, e di grande disprezzo nei confronti del presunto padre, il falegname Engstrand (Alessandro Pala Griesche ne veste con credibile efficacia una zoppia, che sembra solo lo specchio esteriore di una malferma e compromessa moralità). Non tarderanno a esplodere le contraddizioni che faranno saltare le maschere perbene che tutti i personaggi indossano con meticolosa applicazione, cercando di soffocare i rigurgiti dei rispettivi passati o inclinazioni .

Come spettri che ritornano a guastarci i sogni, il sistema di regole e apparenze imprigiona letteralmente la nostra continua e insoddisfatta ricerca di libertà, costringendoci a rintanare dentro il pozzo silenzioso e senza fondo delle nostre patologie. Fino alla prossima inquietudine, che qualcuno si curerà di pacificare in qualche modo, proprio come accade nel finale aperto, nel messaggio veicolato attraverso la splendida triangolazione di un rapporto divenuto impossibile tra Regine, Osvald e la madre Helene. I costumi sono di Chiara Fabbri.

Associazione culturale L'Albero della neve Roma

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