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  • Immagine del redattoreFabio Salvati

IL PROCESSO di Franz Kafka – Adattamento teatrale M.Giovanetti e M.Montemagno - Regia Anna Masullo

Aggiornamento: 1 apr 2023


Almeno una volta nella vita ci siamo riferiti alla famosa e vieta aggettivazione di “kafkiano” per alludere a quelle situazioni nelle quali ci si entra, rimanendo progressivamente impigliati in un congegno infernale dal quale poi non si vede una via di uscita.

Forse lo abbiamo fatto senza conoscere fino in fondo il meccanismo che Franz Kafka, nel suo romanzo forse più famoso, aveva disegnato per quel suo Processo nel quale metaforicamente raccontava l’ingabbiamento dell’uomo moderno nelle strutture convenzionali della vita.

Romanzo proto-esistenzialista (non a caso vistosamente richiamato qualche decina di anni dopo da Albert Camus nel suo lavoro teatrale più famoso Il malinteso), del quale André Gide ebbe a dire che emanava un’angoscia quasi insostenibile, convincendo che nel protagonista Joseph K ogni lettore poteva riconoscersi, sentendosi, come lui, eternamente braccato nel corso della sua esistenza, da un surreale Tribunale che non ha mai voglia di declinare né la propria identità né i capi di accusa.

Il merito di questo adattamento teatrale –che si deve a Massimiliano Giovanetti e Michele Montemagno, ma anche a una compagnia perfettamente affiatata, al vertice il bravissimo Ruben Rigillo- è stato quello di non tradire o mimetizzare il significato dell’opera, ma di affondare il pedale surrealista di cui la stessa è impregnata. Così l’adattamento non si trattiene nello strizzare l’occhio all’Ubu Roi di Jarry, con piccole concessioni al vaudeville, incursioni beckettiane a venire, finendo con il rappresentare alla perfezione il circo ossessivo, grottesco e paradossale che ciascuno di noi , e non solo il povero Joseph K, è costretto a sopportare, tormentati come siamo dagli incomprensibili cicli burocratici, pedinati nel nostro privato da oscuri interlocutori, costipati tra le indicazioni del politicamente corretto e le scivolate nello sconveniente.

L’impiegato di banca Joseph K, svegliandosi un mattino nella pensione di M.me Grubach, dove alloggia, trova davanti a sé due individui dalla bizzarra uniforme i quali lo dichiarano in arresto, in nome di un misterioso tribunale e gli notificano che si sta preparando un processo contro di lui, per un’accusa che non gli viene rivelata.

Ma il suo è un arresto solo nominale perché potrà continuare ad attendere al proprio lavoro e solo di tanto in tanto riceverà l'invito di presentarsi agli interrogatori. La situazione è strana e in lui si fa presto strada l’idea che si tratti di una burla architettata dai colleghi dell'ufficio, in occasione del suo trentesimo compleanno che cade appunto in quel giorno. Nondimeno, come in un presagio di sventura, avverte tutta la gravità di quell’avviso e accetta quello strano processo, recandosi alle udienze, giustificando agli occhi suoi e altrui la propria condotta con la necessità di rintuzzare l'accusa e di far luce nell'interesse di ogni pacifico cittadino sulla corruzione e l'immoralità della magistratura che pretende di giudicarlo. Da lì in avanti egli scopre il suo isolamento in una città che gli si rivela come un immenso tribunale: tutti sono inspiegabilmente a conoscenza del suo processo e a nulla vale la sua rivendicazione di una vita perbene. La sua diventerà velocemente una corsa trafelata, seguendo i consigli della sua parentela ebraica (lo zio Karl) tra un avvocato faccendiere (che denuncia indossando la kippah la medesima appartenenza religiosa) e un pittoresco ritrattista al servizio dei giudici, che millanta la promessa del massimo dei verdetti che il povero Joseph si può aspettare: la sospensione del giudizio e il rinvio a tempo indeterminato delle udienze.

Ma l’esito sarà infausto, proprio come nel presentimento di partenza e nulla potrà impedirlo, neanche l’esponente della Chiesa cattolica, che nei panni di un cappellano, all’interno del Duomo cittadino, spiegherà attraverso una parabola all’angosciato protagonista che tutto è già scritto, che le porte della Giustizia rimangono serrate per gli uomini come lui.

Sì siamo noi, come diceva André Gide, quegli angeli in pena, i titani decaduti che affollano le metropoli, l’anima devastata da illusioni e da promesse mancate, nel caravanserraglio delle nostre giornate divise tra il dovere di tenuta sociale e le cagionevoli distrazioni.

Firma la regia Anna Masullo che ha il merito di lasciare spazio pieno a una Compagnia capace di gestire con efficacia i vari registri dell’allestimento; giuste le musiche curate da Federico Capranica, credibile e adeguatamente narrativo l’impianto scenico di Fabiana Di Marco. Costumi di Susanna Proietti. Al Teatro Ciak fino al 12 marzo prossimo.

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