• Fabio Salvati

IL CORPO PERFETTO scritto, diretto e interpretato da Lavinia Savignoni


Il tema si annuncia intrigante già dal titolo: si avverte in anticipo che siamo dalle parti dell’ossessione, argomento notoriamente gravido di potenzialità parodistiche, se pensiamo a certe pomeridiane televisive infarcite di santoni del mangiar sano e del vivere perfetto.

Anche l’attrice -e autrice- da subito, mette in mostra tutte le sue potenzialità mimetiche, impegnandosi in caratterizzazioni da grande interprete. Ma presto la narrazione si lascia attraversare -anche ben dopo le battute iniziali- dal dubbio perplesso dello spettatore di essere capitato in una sessione pubblicitaria di quegli accessori salutistici (tipo centrifughe o estrattori di succhi), così di moda negli ultimi anni. La musica non cambia neanche più avanti, quando l’interprete si incarica di illustrarci i vantaggi di una sana evacuazione. L’argomento sembra appassionarla e lei ci mette tutta la verve e la spudoratezza di cui è capace per intrattenerci sulle posizioni più corrette (niente equivoci per carità: si parla di water) e sulle infinite potenzialità liberatorie dell’offerta farmacologica di enteroclismi.

Ed è lì, proprio lì, che comincia ad irradiarsi dalla scena un certo senso di fastidio, lo stesso che ti prende davanti all’internista che ti interroga sulle tue frequenze fecali o palpa il tuo intestino rivelandotelo desolatamente gonfio, anche a dispetto dell’imponente deiezione che credevi di aver appena fatto.

Ma è proprio lì che ti accorgi che la sapiente trappola della pièce è scattata: la rivolta collettiva contro quel tanto, quel troppo, che ci assedia in cui tutto è assertivo e enfatizzato, senza discussioni o contraddittorio. Proprio il viver sano, quello di cui si dovrebbe occupare la nostra interprete, con i suoi massaggi e con le sue finestre televisive dalle quali si affaccia sempre meno convincente, persuasa ormai che tutto è in mano ai professionisti del merchandising, a cominciare proprio dalle opzioni salutiste, quelle che mettono il sovrapprezzo ai prodotti –sedicenti- biologici o raccomandano scelte vegane, oppure una scelta di tipo diverso, purché eccentrica ed estrema. Come se tutto quel che viene raccomandato fosse veramente al servizio del benessere e non piuttosto cagionevole espressione di indagini e analisi, disponibili a lasciarsi contraddire di lì a un momento.

Ma la rivolta della protagonista è un processo tutt’altro che immediato, come accade invece alla sua platea. C’è un’importante stazione di passo da superare: quella del riscatto da certe sue aspirazioni coreutiche dell’infanzia, che la confinavano ai margini dei saggi di danza, a beneficio della più longilinea sorella. Ora il primato –il ruolo dell’etoile- è a portata di mano e passa attraverso la cruna dell’identificazione nella figurina del carillon, fino alla conquista dello spazio scenico (non a caso percorso in lungo e in largo con i passi e i salti della danza) che indica l’affermazione dell’ego corrente dell’attrice, libera ormai di determinarsi, al netto delle strettoie di naturopati e sapienti di turno, fino a misurarsi con certe presunte manchevolezze della sua identità di quarantenne senza figli, opponendo alle coetanee un vitalismo capace di donarle un invidiabile stacco di cosce e una presente identità di influencer, contesa da milioni di followers. Il tempo insistito riservato a questa sezione della performance evoca un altro tipo di reazione di rigetto da parte dello spettatore. E anche qui ci troviamo precisi all’appuntamento che intendeva darci l’autrice: l’incedere eccessivo sui piani estremi del vivere non è affatto un rimedio all’inesorabile finitezza dell’esistenza, perché nessuna ricetta, se non l’equilibrio, è in grado di esaurire la vocazione plastica della vita, che include anche il tempo senile, laddove tutti i piani diventano necessariamente statici. Come si incarica di ricordarci l’ultimo dei personaggi nelle vesti del quale la splendida attrice decide di chiudere la serata.


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