• Fabio Salvati

LUCI (E OMBRE) DELLA RIBALTA di Jean-Paul Alègre regia di Leonardo Buttaroni



Il talento del regista Leonardo Buttaroni (lo stesso dei “39 scalini”, uno dei più clamorosi successi delle scorse stagioni) è quello di individuare un copione duttile da un punto di vista narrativo che si presta a farsi scardinare nell'ordito a beneficio della dimensione situazionista, nella continua e costante ricerca della declinazione comica.

Il risultato è che costantemente lo spettatore dei lavori di Buttaroni si sorprende magicamente - quale che sia la trama narrata- a lasciarsi travolgere da situazioni esilaranti, delle quali magari non riderebbe in nessun'altra situazione. Se possibile il paragone, sembra sempre di assistere a una sessione di jazz, laddove l’offerta melodica rimane in secondo piano, a tutto vantaggio della magia dell’insieme, nel trionfo di dissonanze e glissati.

Ed è questo che succede nello spettacolo “Luci (e ombre) della ribalta” che ha debuttato al Teatro de’ Servi e che rimarrà in cartellone fino al 24 ottobre. Questa volta a essere preso di mira è proprio il mondo del teatro, attraverso una manciata di quadri dove ci si trastulla di volta in volta con le frenesie e le ossessioni degli attori durante le prove, oppure con certi insopportabili birignao propri del Teatro di avanguardia (il Beckett dei Giorni felici non poteva che offrire meglio di altri il fianco al sarcasmo irriverente della scena), con gli isterismi di un regista alle prese con attori dall’opinabile talento, con la stucchevole propensione performante di un presentatore televisivo che deve introdurre un improbabile ballerino che parla una sorta di esperanto esilarante (nei suoi panni il bravissimo Yaser Mohamed) e infine con l’annuncio di un grottesco suicidio in diretta che non riesce mai a compiersi. Tutto questo sotto lo sguardo di scienziati venuti da un futuro distopico a studiare quella strana propensione degli umani a voler rappresentare situazioni su un palcoscenico, per spettatori che coltivano il curioso vizio di spiarne le gesta. Tutte le scene sono infiltrate dal filo rosso della difficile esperibilità comunicativa, laddove qualcuno parla sempre una lingua che l’altro-per una ragione o per un’altra- fatica a capire.

Ce n’è abbastanza per supporre un apologo sul teatro, o meglio sulla crisi del teatro, come filigrana intellettuale dell’intero lavoro, ma bisogna farsi largo tra l’ilarità di sequenze in cui si ride, e molto, di bisticci di parole, ritmi forsennati di recitazione, comicità situazionista.

Tutto questo si compie –è bene ricordare- grazie alla straordinaria prestazione attoriale di un gruppo di interpreti dal talento speciale, perfettamente in sintonia con i codici espressivi del loro regista: Ermenegildo Marciante, Yaser Mohamed, Emiliano Morana, Marco Zordan.

Scene di Paolo Carbone.

Due ore di assoluto divertimento, che fanno da brillante prologo alla piena ripresa della stagione teatrale.


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